Hunters Group

Il rapporto tra uomo e tecnologia

Ci sono diverse scuole di pensiero in merito, opposte l’una all’altra e con molte sfumature al loro interno. Siamo infatti abituati a concepire la tecnologia come elemento creato artificialmente per sottrarre l’essere umano ai suoi limiti. Nel tempo, però, abbiamo assistito a dibattiti e dimostrazioni accurate del fatto che in realtà tutto quanto è tecnologia esalterebbe la nostra umanità. Ecco dunque quando la tecnologia, dello smart working in questo caso, ci “rende umani”.

I numeri dello smart working: un’adozione massiva

Quando l’emergenza COVID-19 ha mosso i primi passi e ci siamo visti costretti ad un utilizzo dello smart working, la tecnologia è diventata preponderante nella nostra vita.

Da una ricerca di mercato di BVA-Doxa, è emerso che il 73% delle aziende ha adottato misure di smart working massivo. La distribuzione di questo dato rivela una diversa prontezza digitale:

  • 90% delle aziende multinazionali;

  • 67% delle aziende italiane con sedi estere;

  • 59% delle aziende italiane locali.

Chiaramente la modalità massima di smart working non dipende solo dalla volontà dell’azienda, ma anche dalla tipologia di funzioni interne. Sebbene i numeri siano raddoppiati durante l’emergenza, siamo ancora lontani dal potenziale massimo: i Consulenti del Lavoro stimano infatti che ci siano 8,2 milioni di dipendenti che potrebbero lavorare da remoto in Italia.

Il personale si fonde con il professionale

Chi ha la possibilità di lavorare in modalità smart, o meglio home working per come lo possiamo intendere oggi, si sta accorgendo di come le distanze personali e professionali si riducano. Attraverso le riunioni da remoto, “entriamo nelle case” di candidati e clienti:

  • Sentiamo i sottofondi dei giochi dei rispettivi figli;

  • Vediamo ambienti di vita quotidiana anziché sfondi asettici;

  • Condividiamo aspetti che mai ci saremmo immaginati prima.

La tecnologia ci permette di lavorare ovunque, ma contemporaneamente abbatte la facciata professionale, portandoci a instaurare rapporti in cui ci esponiamo maggiormente come individui. La situazione ci induce ad abbattere i formalismi e far trasparire un po’ più di noi.

Smart working: l’effetto “Expat”

Paradossalmente, stare chiusi in casa è analogo ad essere un expat. Come in un trasferimento all’estero, ci si trova ad affrontare difficoltà di ambientamento che portano a creare con naturalezza una comunità che si aiuta professionalmente e personalmente.

Siamo tutti nella medesima situazione di difficoltà e ci avviciniamo spontaneamente gli uni agli altri, facendo emergere in modo naturale tutti gli elementi di soft skill che più tendiamo solitamente ad adattare nell’ambito strettamente professionale. In questo senso, la tecnologia non è più un filtro, ma un ponte verso l’empatia.

 

 

Articoli Correlati: 

Scopri Hunters Group!