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In certi momenti di crisi, ci si aspetta che qualcuno arrivi, dia una scrollata e cambi le cose. Ma un vero turnaround non è un colpo di bacchetta magica: è una nuova narrazione, un orizzonte da ridisegnare, e un processo da costruire – pezzo dopo pezzo. Ce lo racconta Gloria Sormani, manager con esperienze in aziende familiari e multinazionali, che ha guidato ogni tipo di cambiamento senza mai perdere di vista due riferimenti: la concretezza della sua terra e la lucidità sulle relazioni.
La concretezza come bussola Gloria è brianzola. E lo dice con orgoglio, non come un’etichetta, ma come un modo di pensare. «In Brianza il “fare” viene prima del “raccontare”. Se una cosa non ha un impatto, non serve a nulla. Siamo gente sobria, che lavora tanto e arriva al sodo. Questa radice mi ha sempre protetto dal rischio del “managerese”. E mi ha aiutato a vedere il valore delle cose vere.»
Anche per questo, quando arriva in azienda – spesso in momenti delicati – il primo istinto è quello di ascoltare e guardare. Senza preconcetti, senza bisogno di far vedere quanto è brava. « Non do mai per scontato che le mie idee siano migliori. Voglio prima capire il contesto, le relazioni, i non detti. Poi, quando parlo, le persone sanno che lo faccio con cognizione.»
Quando la leadership non è un ruolo, ma un posizionamento
Gloria ha imparato che il vero potere non ha bisogno di urlare. «Ci sono ruoli in cui hai autorità, e ruoli in cui ce l’hai solo se te la guadagni. Ma in entrambi i casi, la leadership parte dal posizionamento: come entri in una stanza, come ascolti, che tipo di domande fai.»
Non ha mai avuto paura di stare “fuori dal coro”, anche quando era l’unica donna tra tanti uomini, anche quando il contesto era scomodo. «Essere donna non è mai stato un tema per me, ma so che in certi ambienti non puoi permetterti leggerezze. Io ho sempre giocato sull’affidabilità: essere solida, prevedibile, ma non banale. E cercare di mantenere sempre la lucidità, anche nei momenti di tensione.»
Dal family business alla multinazionale: adattarsi senza snaturarsi
«Nel mondo delle aziende familiari impari a leggere il non detto. Il potere reale non è sempre dove pensi. Devi fare attenzione a ogni dinamica relazionale. Ma è anche lì che capisci che la sostanza vince sempre sulla forma.»
Nei contesti multinazionali, invece, ha imparato a gestire l’incertezza e la complessità. «Non puoi sapere tutto. Devi avere il coraggio di decidere anche con informazioni parziali. E devi creare meccanismi di fiducia: tra colleghi, tra reparti, tra livelli. Senza fiducia non c’è agilità, solo burocrazia.»
La trasparenza come atto politico
C’è una cosa che Gloria ripete spesso: “Dire le cose come stanno”. Non è un vezzo da leader coraggiosa. È un metodo, un principio, quasi un atto politico. «La chiarezza genera sicurezza. Le persone si irrigidiscono quando sentono che qualcosa viene nascosto o edulcorato. Io preferisco dire: questa cosa non funziona. E poi: come possiamo cambiarla?»
Non è sempre facile, soprattutto quando la cultura aziendale è piena di linguaggi vuoti. «Il giorno in cui un direttore mi ha detto: “Questa roba è una scemenza, smettiamola”, ho capito che eravamo sulla strada giusta. Avevamo smesso di fare finta.»
Non serve essere eroici, ma serve essere onesti
Gloria non si racconta come un’eroina del cambiamento. «Faccio il mio mestiere con onestà. Cerco di capire le cose, di agire con coerenza, e di lasciare le aziende un po’ meglio di come le ho trovate. Tutto qui.»
Eppure, il suo stile lascia un segno. Perché non cerca scorciatoie, non cerca visibilità, ma cerca impatto reale. «Un vero turnaround? È quando le persone tornano a crederci. Quando smettono di sopravvivere, e ricominciano a costruire.»
La forza di restare sognatori (anche quando fa male)
A volte però, dietro l’onestà c’è anche una certa tenerezza verso sé stessi. «Oh, come vorrei essere Wonder Woman –almeno potrei mettere la tutina scosciata… sic!» (ride, ma non troppo).
Invece no. In certi momenti della vita, anche una manager tosta può sentirsi sopraffatta. «Mi è capitato due o tre volte di pensare davvero di soccombere agli eventi. Non credo di essere sempre stata “dritta” … più spesso ho preso la forma dell’acqua. Ma c’è una cosa che non ho mai perso: il sogno.»
È stato proprio quel sogno – infantile, testardo, vivo – a indicarle una nuova direzione, ogni volta. E proprio il sogno, dice, è ciò che l’ha sempre aiutata a ritrovarsi. «Il sogno mi ha permesso di ricrearmi obiettivi nuovi, di trasformarmi, di tornare in pista.» E anche se il dolore lascia il segno, la consapevolezza resta. Poi aggiunge, con un’immagine che resta incisa:
«Non so se mi hanno resa più forte, perché ci sono eventi che ti squartano. E tu, prima animale grosso, vieni mangiato da insulse formichine. Poi ti ripigli, ti ricuci la ferita e continui. Diversa. La cicatrice rimane. Non sei più forte, forse… ma più consapevole: le stupide formiche, in fondo, non riescono a mangiarti tutta.»
Costruire, non solo reagire
Nel mondo del business, ci sono manager che gestiscono. E poi ci sono quelli che lasciano un’orma. Gloria appartiene alla seconda categoria: non perché faccia rumore, ma perché mette ordine. Non perché rincorra il consenso, ma perché restituisce direzione – anche quando il terreno è frastagliato. Lo fa con lucidità, ma anche con qualcosa di più raro: la capacità di non spegnere mai il sogno, neanche nei momenti più duri. In un’epoca dove è facile sembrare, lei sceglie di essere. E in questo, forse, sta la sua più grande forza: non aver mai permesso agli eventi di mangiarla tutta.
Intervista a cura di Aurora Santese, Manager della divisione Finance & Legal – HR & Assessment.
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